Quando acquistiamo una bottiglia di ketchup al supermercato, raramente ci soffermiamo a leggere attentamente l’etichetta nutrizionale. Eppure, dietro quei numeri apparentemente rassicuranti si nasconde una strategia di comunicazione che merita la nostra attenzione: le porzioni di riferimento indicate sulle confezioni sono spesso molto più piccole di quelle che utilizziamo realmente.
Il trucco delle porzioni microscopiche
Sulle etichette nutrizionali del ketchup troviamo frequentemente porzioni di riferimento che oscillano tra i 15 e i 20 grammi, l’equivalente di circa un cucchiaio da tavola. Questa indicazione è in linea con le porzioni comunemente utilizzate nei database nutrizionali statunitensi ed europei. A prima vista, i valori di zuccheri e sodio riportati possono sembrare accettabili: pochi grammi di zucchero, una quantità contenuta di sale. Ma riflettete un attimo: quando condite un hamburger, patatine fritte o utilizzate il ketchup come base per una salsa, vi limitate davvero a un solo cucchiaio?
La realtà , secondo studi di comportamento alimentare, è che le persone tendono spesso a utilizzare quantità di condimenti superiori alle porzioni indicate in etichetta. L’utilizzo medio di questo condimento durante un singolo pasto può facilmente raggiungere o superare i 30 grammi, e in contesti come fast food e consumo con patatine fritte può arrivare a 40-50 grammi. Questo significa che i valori nutrizionali effettivamente assunti possono duplicarsi o quasi triplicarsi rispetto a quanto riportato in etichetta.
Cosa significa in termini concreti
Prendiamo un esempio pratico basato su valori reali: molti ketchup industriali contengono circa 20-25 grammi di zuccheri per 100 grammi di prodotto. Se l’etichetta indica 4 grammi di zucchero per una porzione da 15 grammi, utilizzando tra 30 e 50 grammi di ketchup state effettivamente assumendo tra gli 8 e i 13 grammi di zuccheri.
Per comprendere meglio: l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di limitare l’apporto di zuccheri liberi a meno del 10% dell’apporto energetico totale, con un’ulteriore raccomandazione a scendere sotto il 5% per benefici addizionali. Per un adulto con un fabbisogno di circa 2000 kcal al giorno, il 5% corrisponde a circa 25 grammi di zuccheri liberi al giorno. Due porzioni abbondanti da circa 40-50 grammi di ketchup possono da sole coprire una quota molto rilevante di questo limite quotidiano, fino a circa la metà o più.
La questione del sodio è altrettanto rilevante. Molti ketchup industriali contengono circa 900-1100 mg di sodio per 100 grammi. Con un consumo reale di 40 grammi, l’apporto di sodio è dell’ordine di 360-440 mg. Considerando che l’OMS raccomanda di non superare i 2000 mg di sodio al giorno, equivalenti a circa 5 grammi di sale, una porzione di ketchup di 40 grammi può rappresentare approssimativamente il 18-22% di questo limite. Si tratta quindi di un contributo tutt’altro che trascurabile per un semplice condimento.
Perché le aziende scelgono porzioni così ridotte
Dal punto di vista normativo europeo, il Regolamento UE n. 1169/2011 sull’informazione ai consumatori consente di riportare i valori nutrizionali obbligatoriamente per 100 grammi o 100 ml e facoltativamente per porzione, purché la porzione sia chiaramente definita e facilmente riconoscibile dal consumatore. Non esiste un obbligo generale di utilizzare porzioni che riflettano l’uso medio reale del prodotto.
Questa flessibilità consente di presentare profili nutrizionali apparentemente più favorevoli, ad esempio pochi grammi di zucchero o di sale per porzione, che possono influenzare le scelte d’acquisto dei consumatori meno attenti. Non si tratta necessariamente di una frode o di una pratica illegale, ma di una zona grigia della comunicazione alimentare che sfrutta la scarsa propensione dei consumatori a fare calcoli durante la spesa, come sottolineato da vari studi sul “portion distortion” e sulla comprensione delle etichette nutrizionali.

Come difendersi: strategie pratiche per il consumatore consapevole
La prima arma a nostra disposizione è la consapevolezza. Verificare sempre i valori per 100 grammi rappresenta il punto di partenza: le etichette nutrizionali dei prodotti confezionati nell’UE devono riportare obbligatoriamente anche i valori riferiti a 100 grammi o 100 ml di prodotto, un parametro standard che permette confronti reali tra prodotti diversi. Stimare il proprio consumo effettivo diventa fondamentale: studi di educazione alimentare mostrano che pesare una volta le quantità effettivamente utilizzate aiuta a correggere la sottostima abituale delle porzioni, soprattutto per condimenti e snack.
Prestare attenzione alla densità è un altro aspetto cruciale: un cucchiaio da tavola colmo di ketchup pesa in media circa 15-17 grammi, come indicato in diverse tabelle di conversione peso/volume per alimenti. Due generose spremute dalla bottiglia possono facilmente raggiungere i 35-40 grammi. Ricordiamo inoltre di sommare gli zuccheri nascosti: ricerche su pattern alimentari occidentali mostrano che gli zuccheri liberi provengono da molteplici fonti come bevande zuccherate, prodotti da forno, salse e condimenti. Il ketchup quindi si aggiunge a pane, altre salse e bevande nel totale giornaliero.
Alternative e comportamenti d’acquisto intelligenti
Chi desidera ridurre l’apporto di zuccheri e sale ha diverse opzioni. Esistono versioni di ketchup a ridotto contenuto di zuccheri e sale. Studi su prodotti riformulati mostrano che la riduzione di sale e zuccheri nei condimenti è tecnicamente possibile senza compromettere eccessivamente l’accettabilità sensoriale, anche se talvolta vengono utilizzati addensanti, edulcoranti o altri ingredienti per mantenere consistenza e gusto.
Un’alternativa interessante consiste nel preparare versioni casalinghe del condimento, dove si ha il controllo totale degli ingredienti. Utilizzando passata o concentrato di pomodoro, aceto, spezie e una quantità moderata di zucchero o altri dolcificanti è possibile ottenere salse gustose con un contenuto di zuccheri e sale inferiore rispetto a molti prodotti industriali, come mostrato da ricette modificate utilizzate in interventi dietetici per ridurre l’apporto di sodio e zuccheri.
Il ruolo dell’educazione alimentare
Questa questione evidenzia quanto sia cruciale sviluppare competenze di lettura critica delle etichette alimentari. Numerosi programmi di educazione nutrizionale mostrano che la formazione specifica su etichette, porzioni e zuccheri nascosti migliora la capacità dei consumatori di fare scelte più sane. Le scuole, le associazioni dei consumatori e i professionisti della nutrizione hanno il compito di sensibilizzare il pubblico su questi aspetti, spesso trascurati nelle campagne di educazione alimentare tradizionali.
Comprendere la differenza tra porzione dichiarata e porzione reale non significa demonizzare il ketchup o altri condimenti, ma acquisire gli strumenti per compiere scelte informate. La letteratura scientifica è concorde nel ritenere che un consumo occasionale e moderato di alimenti ad alta densità di zuccheri o sale possa rientrare in un modello alimentare complessivamente equilibrato, purché l’apporto medio giornaliero di nutrienti critici resti entro i limiti raccomandati.
La trasparenza nelle informazioni alimentari non dovrebbe richiedere competenze matematiche avanzate da parte dei consumatori. Tuttavia, finché la normativa non renderà obbligatorie porzioni di riferimento più realistiche o sistemi di etichettatura semplificati come i front-of-pack “a semaforo”, studi di sanità pubblica sottolineano l’importanza di rafforzare le competenze di analisi critica dei cittadini. Ogni spesa al supermercato diventa così un’opportunità per tutelare attivamente la propria salute attraverso scelte consapevoli e informate.
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